domenica, 11 maggio 2008
OLTRE OGNI ESIGUA FORZA

(Terzina d'apertura della poetessa Patrizia Valduga)
"Questa crocifissione senza croce
è come un lento percepirmi tutta
scandirmi alla sua voce"
darmi all’ineluttabile ventura
degli uomini che fanno troppa strada
fino a ridere forte della morte
che s’allinea all’amica tanto attesa
Andare avanti è Gòlgota
fermarsi è tempo perso
pace apparente
tedio
Tornare indietro, Mai
neanche a voltare il capo per rimpiangermi
o per prendere a pugni vecchi spettri
Sangue, non alle mani, non ai piedi
sangue, non al costato, né sul capo
n’è pregna la mia mente
il cuore e il fegato
Tutta l’anima è avvolta
da una potente scorza
che protegge le piaghe
passate, del presente e da venire
oltre ogn’esigua forza contemplata
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Melarea
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Ore 10:54

poesia, ispirazioni dautore
sabato, 10 maggio 2008

Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
sussurrato da
Melarea
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Ore 22:26

neruda
sabato, 10 maggio 2008
LA STELE DEL SILENZIO

Scorre lenta la mano
sulle creste silenti d’un oceano
vicino alla bonaccia della sera
E trattengo il respiro
per non sciupar l’incanto
Ogni silenzio è mistico
in quell’ora
ma la sua stele
è facile da intendere
A conoscere il sé
si legge il cosmo
il mare
il linguaggio del nulla
e dell’eccesso
Le parole dei venti
che verranno domani
come di quelli...
che non verranno mai
sussurrato da
Melarea
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Ore 16:44

poesia, mistero, spiritualità , autoconoscenza
mercoledì, 07 maggio 2008
L’ULTIMA BALLATA

Darò le spalle al tempo
A queste ore bugiarde
che transitano invano come un fiume
sotto i ponti di un miele sconosciuto
In queste notti di cappa e spada
ho avvistato più lune
ingravidate d’ansia
nel calo e nella crescita
a mangiarsi le unghie
nell’attesa del tocco d’una daga
che gesticoli e compia
d’un ectoplasma, l’ultima ballata
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Melarea
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Ore 22:13

poesia
martedì, 06 maggio 2008
IL FUOCO IN UNA GOCCIA

Diversi chi? Noi?
Piccoli grandi uomini, larghi o stretti, sorridenti o cupi, saggi o avventati…
Può darsi.
Diversi nello stesso attimo o nelle "geometrie" fisiche, ma uguali nel taglio dell’anima, vecchia o giovane che sia.
Un gioco pirotecnico, parte da una scintilla che va in alto, fino a toccare un margine immaginario, stabilito da leggi sconosciute o, perlomeno, conosciute a vanagloria.
È da quella matrice giunta al limite, che si dipartono migliaia di altre scintille, tutte figlie dello stesso “fuoco”. Ognuna di esse avrà un destino tutto suo: alcune si imbatteranno nelle nubi, altre nel vento, altre ancora incontreranno un angolo di cielo senza perturbazioni.
Una cosa è più che certa. È solo al buio che il fuoco si esprime in tutto il suo splendore. Dal momento che siamo soliti interrogarci su cose molto più appariscenti e maestose, e quasi mai realizziamo di avere le risposte sotto il naso, mi chiedo se dietro quest’apparente sconto si celi un immane messaggio. Sarà che la luce del giorno ci distrae da certe riflessioni? 
Spesso ho pianto guardando questo spettacolo di colori in espansione. Forse vi scorgevo, a livello irrazionale, l’universo in metafora, l’avanzare degli esseri, le coscienze in eterno divenire.
Il senso.
Il senso?
In un fuoco dalla durata caduca?
Si.
Tutto ciò che i nostri occhi fisici riescono a vedere, rientra nella caducità, nel cambiamento, nel “mai come ieri”.
Io so che la luce di certi fuochi vivi e poi spenti, si è specchiata in una qualche forma di liquido visibile o invisibile, mari, laghi, fiumi, nuvole e vapori evanescenti, pozzanghere. Si è specchiata nelle mie lacrime di commozione. Ma qual è quell’acqua che non fa viavai, senza principio né fine, tra terra e cielo?
E quel fuoco finito in una goccia di pianto?
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Melarea
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Ore 22:47

autoconoscenza
lunedì, 05 maggio 2008
ROMA PRODIGIO

E fu per Roma
che ritrovammo il cielo
C’è brezza nuova e fresca
Sono vivaci l’albe
Il vessillo del giorno
è respirar sgrassato
Spuntate
l’unghie arrese
non prendono la pelle
del mio stare
Non più
Nel vai e nel vieni
d’un petto ormai sereno
si spiega il panorama
E fu per Roma
che ritrovammo il cielo
La mano del compagno
che ha guidato da sempre
un’altra mano
verso proba valuta
e che lasciammo andare
in qualche istante
Ho da baciar qualcuno
qualcosa
un vecchio bene
che pongo e che consacro
sull’altare di ciò
che non si ossida
neanche sotto le piogge
d’acque ferrose e caustiche
d’acide terre rosse
su esperte carreggiate
E fu per Roma
che ritrovammo il cielo
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Melarea
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Ore 21:07

poesia, amore
giovedì, 01 maggio 2008
giovedì, 01 maggio 2008
Partirò per la luce che ignorai
Oltre le grate d’un grido di richiamo
La tua disperazione insostenibile
Il cuore spappolato
Che mi hai mostrato in mano
E nubi volumetriche
Riflesse nei tuoi occhi da sconfitto
Ed è la notte ad esserti vicina
Anche nel pieno sole
Tra le risa stridenti
Di chi ti chiude il cerchio
Sai bene che si vive assai più soli
In grandi moltitudini
Che in mezzo ad un deserto
Se l’arido ti è dentro in ogni cellula
E non basta che t’amino in parecchi
Se non ami a tua volta
Forse te stesso prima
Che a volte si ricerca presso il prossimo
Ciò che noi stessi
Non sappiamo darci
Melarea
la motivazione di mettere in evidenza il brano selezionato:
“Partirò”
La lirica si apre così,con un punto di svolta,con una decisione forse sofferta,forse dettata dall’istinto ma ormai certa e irrevocabile. Si immagina un viaggio verso la luce,uno slancio di libertà e riconquista di sé,un addio a quel mondo soffocante in cui si è rimasti intrappolati fino a quell’istante.
Melarea mostra da subito la sua volontà di agire,di oltrepassare una condizione di cui non si sa nulla e che crea dunque suspense.
La sua è la scelta di andare e vedere oltre quelle grate,simbolo di una prigione invisibile che la tiene immobile,in bilico fra ragione e sensazioni.
Uno sguardo attento a cogliere la sofferenza e il turbamento dell’altro si intreccia in versi incisivi e toccanti:
“Il cuore spappolato
Che mi hai mostrato in mano
E nubi volumetriche
Riflesse nei tuoi occhi da sconfitto”
Il cuore,sede di tutti i sentimenti umani, non viene dipinto come “ trafitto” seguendo il tradizionale stereotipo ma “spappolato”,dunque devastato e irriconoscibile,espressione graffiante e perfetta nel sottolinearne l’intensità. L’inquietudine e l’angoscia evocate dal veder giungere nubi grandi e pesanti,preludio di tempesta e distruzione,rivivono nei suoi occhi da “sconfitto”,termine che svela,forse inconsapevolmente, il giudizio dell’autrice intriso di umanità e comprensione ma non per questo meno severo.
Chi è quel “tu” a cui si rivolge?É un invito rivolto a se stessa,alla propria immagine riflessa su uno specchio?O diretto a chi ama ?É una risposta a quel grido d’aiuto che ha risvegliato i suoi pensieri?É un’autoanalisi oppure è una rivolta per provocare un cambiamento in chi le sta accanto e che vorrebbe migliore?
Da qui una bellissima riflessione resa unica dalla straordinaria capacità comunicativa di Melarea.
Il dito è puntato contro l’inettitudine e la solitudine che avvolgendo l’anima d’oscurità impediscono al Sole(simbolo dell’Amore) di illuminare e riscaldare la vita. Si susseguono giorni vuoti,grigi e freddi di “disperazione insostenibile”.
Tuttavia, l’isolamento,descritto qui con forza e precisione, non è ingiustamente subito ma volutamente ricercato:
” Sai bene che si vive assai più soli
In grandi moltitudini
Che in mezzo ad un deserto
Se l’arido ti è dentro in ogni cellula”
Non c’entra l’indifferenza,la cattiveria,l’esclusione. Il destinatario di questi versi non è un Diverso ai margini della società ma esso stesso artefice della sua infelicità. Vittima e carnefice della sua aridità. Nei campi del suo cuore non germogliano emozioni ne sussulti.
La sua solitudine è tutta interiore,cristallizzata e paralizzata nell’incapacità di aprirsi all’altro,di amare e donarsi senza aspettarsi nulla in cambio.
Dopo un giudizio duro ma obiettivo, il verso lentamente si addolcisce e insegna .Con semplicità e profondità,Melarea suggerisce un’ottima conclusione,una grande verità:
“E non basta che t’amino in parecchi
Se non ami a tua volta
Forse te stesso prima
Che a volte si ricerca presso il prossimo
Ciò che noi stessi
Non sappiamo darci”
non si può amare qualcun altro senza amare prima se stessi,così come la ricerca dell’altro risponde al bisogno naturale di trovare in lui ciò che pensiamo non avere,riscoprendoci Esseri completi. Ancora e sempre l’Amore,nelle sue innumerevoli dimensioni,per far fiorire i deserti che crediamo possedere.
Una poesia di estrema bellezza e intensità,da tenere sempre dentro.
Complimenti vivissimi all’autrice.
Con stima
Noè
commento redazionale a cura di Avca
sussurrato da
Melarea
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Ore 11:10

giovedì, 01 maggio 2008
Scava nel fondo
Questo vivere celato
nelle pieghe infide del buio,
sperduto tra fiordi a strapiombo
su anse agitate da lacrime affannate,
non ha luce a riscaldarlo.
Tornami le albe
che si sono ammassate
in rotoli di notti tempestose
sudate tra sogni d’ossessioni deliranti.
Portami il sole
ora nascosto dall’assenza,
in un eclissi che non scorge fine,
in un freddo che gela ogni speranza
e si fa bara a nascondere l’amore.
Scava nel fondo
lì dove si agita il mio sangue
che cerca di ritrovare un cuore disassato.
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grisby6043
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Ore 10:49

poesia
mercoledì, 23 aprile 2008
WOWWWWWWWWWW
TARGA PER MENZIONE SPECIALE PER LA MIA POESIA IN VERNACOLO (ROMANESCO) "CONTRADDIZZIONI"!!!
Ciò so, ve pare matta sta penzata!
Ma che ce posso fa’ se mme succede?
Mentre me sto facenno ‘na fumata
M’arritorna er tormento che mme lede!
‘nzomma sopra ar pacchetto ‘ncriminato
Ce stanno scritte minacciose e bbrute:
“Er fumo uccide”, oracolo dannato!
“Er fumo nun fa bbene a la salute…
Ma ve pare normale o è tutt’a pposto?
Cos’è sto fomentà de tremarella?
Prima ce danno morte a ccaro costo
E poi se penteno e c’augureno jella?
Sto monopolio è na contraddizzione!
Noi che fumamo, è vero, nun semo furbi
Ma me viè forte na contestazzione:
NUN CE L'ARRICORDA' CHE C'ADDISTURBI!
questo è il link:
http://www.ilmistero.com/simon/Blog/IlFaro/Vincitori2.htm
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Melarea
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Ore 21:43

mercoledì, 23 aprile 2008
OLTRE LE GRATE

Partirò per la luce che ignorai
Oltre le grate d’un grido di richiamo
La tua disperazione insostenibile
Il cuore spappolato
Che mi hai mostrato in mano
E nubi volumetriche
Riflesse nei tuoi occhi da sconfitto
Ed è la notte ad esserti vicina
Anche nel pieno sole
Tra le risa stridenti
Di chi ti chiude il cerchio
Sai bene che si vive assai più soli
In grandi moltitudini
Che in mezzo ad un deserto
Se l’arido ti è dentro in ogni cellula
E non basta che t’amino in parecchi
Se non ami a tua volta
Forse te stesso prima
Che a volte si ricerca presso il prossimo
Ciò che noi stessi
Non sappiamo darci
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Melarea
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Ore 16:03

poesia, divenire
martedì, 22 aprile 2008
AVVISO
HO LA POSTA ELETTRONICA IN PANNE
NEL CASO IN CUI MI SPEDIATE QUALCHE MAIL
VI ARRIVERA' L'AVVISO DI MANCATO RECAPITO
SPERO DI RISOLVERE AL PIU' PRESTO L'INCONVENIENTE
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Melarea
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Ore 19:01

lunedì, 21 aprile 2008
STORNELLO

Se canto il vero
S’agitano l’acque
Ma io non so cantar
Senza coscienza
Orsù porta pazienza
La menzogna
La lascio vomitar
Dove si è avvezzi
Un bacio?
Un bell’abbraccio?
Una promessa?
E sotto sotto
Tuonano le rogne
Io che sono sfrontata
E faccia tosta
Dal suicidio ho salvato
Un infelice
Senza far la carina
E la smorfiosa
Senza squillar le trombe
Al mondo intero
Non dico ho fatto questo
Ho fatto quello
E che nessuno tolga
Il suo cappello!!!
Non chiedo neanche grazie
E nulla a rendere
Solo a molestie dico
VADERETRO!!!
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Melarea
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Ore 21:50

poesia, stornello
lunedì, 21 aprile 2008
PITTORE DI TE

(Mi è stato richiesto di riproporre dei versi scritti nell'estate 2007)
…e giungono risposte
a domande mai fatte
Biografia di te,
della tua estate
che ti tinge di toni melanconici
la scogliera rifugio
e ti racconti imparentato al grigio
di una vacanza
che impone il tuo sorridere…
Mentre nessuno
ravvisa tra i tuoi denti
la voglia di fuggire dalla farsa
Ti vedo
Sei complice del mare
che ti spruzza di sorsi e di conforto
e ti discerne triste di un amore
da sempre e per sempre
celato al mondo intero
Un segreto che strazia e che dilania
Il cuore tuo
recluso in una scelta
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Melarea
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Ore 19:13

poesia
domenica, 20 aprile 2008
Tratto da"Rules to be human".
1. Riceverete un corpo. Potrete amarlo od odiarlo, ma sarà vostro per l’intera durata del vostro tempo qui.
2. Imparerete delle lezioni. Siete stati arruolati presso una scuola informale a tempo pieno denominata Vita. Ogni giorno in questa scuola avrete l’opportunità di imparare lezioni. Queste lezioni potranno piacervi o potrete reputarle irrilevanti e stupide.
3. Non esistono errori, solo lezioni. Crescere è un percorso di prova, errore e sperimentazione. Gli esperimenti “falliti” formano la maggioranza del processo rispetto a quelli che alla fine “vanno bene”.
4. Una lezione viene ripetuta fino a che si sia imparata. La lezione vi sarà presentata in varie forme fino a che l’avrete imparata. Quando l’avrete imparata, potrete passare alla lezione successiva.
5. Le lezioni di apprendistato non hanno fine. Non esiste parte della vita che non contenga lezioni. Se siete vivi, ci sono lezioni da apprendere.
6. "Lì" non è meglio che "qui". Quando il vostro "Lì" sarà diventato un "qui", otterrete semplicemente un altro "lì" che vi parrà migliore di "qui".
7. Gli altri sono semplici specchi di voi stessi. Non potete amare od odiare qualcosa di un'altra persona se questa non è il riflesso di ciò che amate o odiate in voi stessi.
8. Ciò che fate della vostra vita dipende da voi. Avete tutti gli strumenti e risorse che vi servono. L’uso che ne fate dipende da voi. La scelta è vostra.
9. La risposta che cercate è dentro di voi. Le risposte alle domande sulla vita risiedono in voi. Tutto ciò che dovete fare è guardare, ascoltare ed aver fede.
10. Voi dimenticherete tutto questo.
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Ore 11:25

domenica, 20 aprile 2008
BUONGIORNO PRINCIPESSA

Abbiam lasciato lì
le nostre anime
sotto i due alberi
a stringere quei nodi
uno per giorno
allora
e per l’eterno
Ricordi?
Ti dicevo:
<<in questo ciclo
non siamo passeggeri per noi stessi
Ci assegnammo dei compiti obliati
nei luoghi rarefatti dell’astrale>>
Ma tu non mi volevi dare ascolto
e intridevi di lacrime
i miei panni
Ora che l’hai compreso
il tuo cammino
m’alleggerisco il cuore
tra i tuoi petali
stretti nel libro nostro
inconfessato
tra le poesie che porto
sul sorriso
nel messaggio dell’alba
di ogni giorno:
“Buongiorno principessa”
da qui a sempre…
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Melarea
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Ore 10:47

poesia
venerdì, 18 aprile 2008
A causa di persone moleste, a breve sarò costretta a cambiare nome al mio blog.
Chi non può essere sereno quasi sempre cerca di danneggiare chi lo è. C'è chi cerca di dimostrare agli altri (non capisco perchè) qualcosa in cui non crede
e di cui non m'importa.
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Melarea
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Ore 19:57

mercoledì, 16 aprile 2008
AGNELLO SACRIFICALE
.jpg)
È notte
È giorno
Storia di sempre
e non
solo nel cielo
Si bagna di ricordi
non visto
il guanciale d’un uomo
forzato dalla vita
a ritornar col corpo
al suo mittente
a interpretar rammarico e rimorso
È la storia dei buoni
quella di sempre
darsi in pasto al dolore
per non recarne ad altri
che forse
mai sapranno
quanto strazia
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Melarea
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Ore 21:46

poesia
mercoledì, 16 aprile 2008
LA VERTIGINE DELL'ILLIMITATO

La sensazione è quella del salto nel vuoto, la caduta nell’abisso, quando alla fine il suolo è di nuovo sotto i piedi. Leggendo “L’esistenzialismo è un umanesimo?” trovo una definizione di esistenzialismo e di libertà che mi riporta alle mie vecchie angosce, le risveglia, poi offre loro la soluzione. L’esistenzialismo, spiega Sartre, è la filosofia di chi non pretende di conoscere in anticipo il suo essere, rifiuta cioè di ingabbiare la condotta in una definizione. La conoscenza di sé segue necessariamente e non precede l’agire. Sulla base di questo principio si apre uno spazio vertiginoso di libertà, perché tutto diventa possibile, nulla precluso a priori. Per me è la spiegazione in termini esemplari di una sensazione nella quale una volta annaspavo, cogliendone i contorni in modo vago. “Tu non sai che stai creando un pericolo al di là”, dicevo in una mia poesia. Ed era l’esortazione che rivolgevo ad un mio amico per scuoterlo dalla sua resa. “Non ce la faccio!”, diceva lui. E sembrava una presa d’atto, ma era la precisa volontà di non muovere un passo. La definizione a priori di ciò che siamo nasconde la determinazione di non essere altro che così. È il frutto della paura di cambiare. È il passato che pretende di riprodursi, usurpando il ruolo del futuro, unico arbitro delle nostre capacità.
È stato un sollievo scoprire la consapevolezza di tutto ciò in qualcuno vissuto mezzo secolo prima di me. È stato come scoprire un solco ben tracciato laddove sembrava aprirsi pericolosamente un baratro ancora tutto da esplorare. Affacciarmi sulla voragine mi aveva dato il capogiro, mi aveva lasciato in balia del tutto possibile, della confusione che cancella l’identità: chi sono io, qual è il posto che mi spetta e cosa devo fare e cosa non fare, se ogni scelta è a portata di mano, se non c’è una bussola che mi guida?
Dio mio, solo a pensarci torno a sbandare!
Di un parametro c’è bisogno, e se non è l’immagine che abbiamo di noi stessi, cosa altro è?
Lanciarsi in volo, pensando di potere tutto, serve solo a spezzarsi le ali. Il passato reclama pedaggi, erige barriere, determina i risultati. Decreta fallimenti Come si concilia allora il principio della potenzialità assoluta con il margine delle nostre forze? Qual è il metro che decide l’ampiezza del limite?
Dio mio! Il fallimento non è però solo una sconfitta. Il fallimento dimostra che la prova è stata tentata. È diverso dall’immobilità. Il fallimento, persino il fallimento, modifica la definizione che abbiamo di noi e sancisce che avevamo almeno la forza di tentare...
Allora... allora... di nuovo... riuscendo o fallendo, possiamo azzardare di tutto?
Forse la soluzione è solo nel fatto, nel semplice e puro fatto, della decisione. Si ritorna al punto di partenza con la capriola di una tautologia. Tutto è ugualmente possibile, non c’è nulla di precostituito, ma c’è poi da risolversi a un passo piuttosto che all’altro, ed è la scelta a stabilire cosa ci compete e cosa no. È l’orecchio prestato alle emozioni, ai bisbigli interiori... E dunque, al di là di ogni filosofia, non c’è in ballo altro che il colloquio con se stessi. Fecondo quando è sereno, nefasto quando è turbato...
Ringrazio di cuore il mio amico "Getri", autore da me scoperto nel sito Scrivi.com, per avermi concesso di prelevare questo esemplare pensiero di vita dai suoi eccellenti brani.
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Melarea
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Ore 13:50

riflessioni
lunedì, 14 aprile 2008
ESEGETA D'UN CANTO

Fatti esegeta d’un canto incomprensibile
e svuota dei veleni i tuoi giorni futuri
che pieni ne saranno ostentati di gioia
Immolarsi fu il patto nella metà del tempo
a regalar certezze a chi l’ignoto teme
Dietro c’è tutto un mondo ch’altri non capiranno
senza sinestesie che conosciamo a pelle
Potessi rilasciarti il mio ideogramma
tu lo divoreresti mai leggendolo ad occhio
Non è la platealità che forgia il forte
non è quel sale liquido che cola sulle guance
né l’ugola possente a dar muscoli e tempra
Non c’è una vita sola
e il sacrificio tuo sarà pagato
quando avrai sollevato di peso sulle spalle
la tua croce
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Melarea
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Ore 22:35

poesia
martedì, 08 aprile 2008
DOMENICA DEI LUMI

Cos’era?
Cos’era in fondo se non
prova durissima
scritta su rupi karmiche
d’un tempo assai lontano?
Inciampare nel diavolo che piange
convinto del suo pianto
ci rende sciocchi. Sempre.
Ho scelto gli occhi VERI
d’un uomo che non mente tra le lacrime
ho scelto di pregare
per chi di tali pianti ha compassione
Oh anima sincera
colma d’amore e zelo
mai sono andata via
Mai son partita via dai nostri muri
Ho baciato domenica
l’unica Verità
che non vedevo
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Melarea
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Ore 18:39

poesia
domenica, 02 marzo 2008
Trascendenza
Sul veliero della fantasia
che sta salpando verso l’utopia
ho steso a vela un’anima dubbiosa
bianca immagine d’un viaggio trascendente.
L’affido ai venti di marina
all’onde delle correnti d’atlante
e alle burrasche di pensieri in cerchio
ché s’arricchisca del sale della conoscenza.
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grisby6043
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Ore 16:32

poesia
lunedì, 25 febbraio 2008
CATARSI
Perché davanti a quel fiore era cambiata la mia vita?
Cosa mi succedeva? Non ero più io e, questa volta, DOVEVO accettarlo.
Più volte, prima di allora, mi sorpresi a fare a pugni con una nuova prepotente essenza che cercava di spodestare, senza autorizzazione, la mia persona dal suo trono… Ma il mio modo di essere, non aveva mai raggiunto apici tali da subire una trasformazione così tanto radicale e la mia cecità, riusciva a concepire solo il cambiamento del corpo, del clima, del colore delle foglie in autunno, dell’esigenza di un ghiro di rinunciare alle proprie attività quotidiane a favore di un lungo letargo…
Rientrava tutto nel giusto svolgimento delle cose. Era semplicissimo: tutto DOVEVA andare così!
Ciò che non avevo mai fatto, era chiedermi il perché. Anzi, a ben guardare, non è che non l’avessi mai fatto ma, più genuinamente, al primo inghippo rinunciavo all’impresa di cercare una risposta.
Annaspare nella confusione, non era la mia massima aspirazione e dunque, mi imponevo dei limiti, precludendomi ogni possibilità di conoscenza. Avevo paura di “sapere” o, forse, di sentirmi troppo diversa da tutte quelle persone che, da sempre, mi circondavano di affetto e di attenzioni.
Quanti segnali non visti prima di allora! Quanti fiori, quanti cieli, quanti arcobaleni, quante piogge e quanti uomini inosservati! Quanta irriverenza verso un tutto che non mi era dovuto eppure era mio!
Come avrei potuto iniziare a parlar loro del mio nuovo “abito” senza rischiare di essere internata?
Ma il destino non mi permetteva di andargli contro – come d’altra parte fa con tutti. Cambiavo strada per non incontrare i suoi disegni e invece questi ultimi erano proprio lì: sotto i miei piedi, sul mio capo, ai miei fianchi, sulla mia via di fuga.
Cos’avevo fatto? Tutto ciò aveva il sapore di una condizione double-face. Se da un lato riuscivo a scorgervi il merito, dall’altro veniva fuori prepotente la certezza che si trattasse di una punizione.
Dove facevo risiedere la punizione? Mi sentivo offerta in olocausto quando, tra parenti, amici e colleghi, mi sentivo totalmente avulsa e mi costringevo ad essere quella persona che si aspettavano che io fossi: quella che conoscevano. E dove risiedeva il merito? Il merito arrivò davanti ad una viola del pensiero. In quel preciso momento decisi che la mia non era follia, non era diversità, era solo “il tempo”. Immersa nella contemplazione dei suoi colori, sentivo forte che a quel fiore mancava solo la parola. Esso pulsava, ondeggiava, emetteva frequenze, mi catturava imponendosi alla mia attenzione.
Io stessa diventavo la viola.
Quella viola ero io.
sussurrato da
Melarea
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Ore 11:48

introspezione, risveglio, mistero, evoluzione, spiritualità , divenire, percezioni, ricerca interiore, autoconoscenza
giovedì, 07 febbraio 2008
SFARZI

Si distinguono netti
fastosità e splendori
che controllano gli anni
minuto per minuto
sul frontespizio della vera croce
come studio accurato
d’un parassita che si ubica sul tigre
simulando vittoria
nella lotta all’immane
Ma la vita è Maestra
e non s’estingue il sangue della fiera
profetizzata per gli scartamenti
E gli angoli dei labbri
riescono a stare al gioco
torcendosi al sorriso
per il pittore che ne fa ritratto
da esporre nel museo delle sembianze
E non è l’occhio a vedere
ma il sentire a toccar paccottiglie
per sostanza e per sfondo
Irrisione che parla nell’intimo dei gangli
ed è malessere, cancro dello spirito
e ancora…
appello disperato di quel Vero
che sfuggente si occulta
al di là delle quinte
sussurrato da
Melarea
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Ore 22:17

poesia
martedì, 05 febbraio 2008
NON E' UN GIOCO

Non è soltanto un gioco
fermare appena i fili
che si allineano alterni
su altri fili
per muoverli su nuove traiettorie
Chiedere un bicchier d’acqua
a un infelice
e ingrandirgli la mano
perché doni di se
il sorriso del porgere
Sostare presso il poco più del caso
e chiedersi perché si ferma il piede
proprio lì, proprio allora…
davanti ad un crocicchio
troppo usurato da vecchie consuetudini
e attribuirgli l’aspetto di un infante
Appaiare le ampolle
di succhi dolci e amari
su nuovi espositori
meglio tirati a lustro
Felicitarsi
…
per aver dato il benservito
al dado
sussurrato da
Melarea
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Ore 23:44

poesia
martedì, 05 febbraio 2008
E ANCORA NON SO

Ancora
non so capire della vita
il perdurar di attimi fugaci
nello scomporsi di parole futili
mentre lontano tuonano i vulcani.
E non so
se il tempo mi aggredisce
bevendosi la luce della mente
nel dipanare intrecci di domande
mentre gli alberi si svuotano di foglie.
E intanto
che azzanno la ragione
vago randagia per giorni discontinui
un po' dritta un po' no come la pioggia
sospinta a vela dagli umori del Dio Vento
E' protervia
e si nutre di dolore
la bocca che restituirà la pace,
o forse è solo mano a cento dita
a versare aceto e sale nelle piaghe della forza
(Grisby & Melarea)
sussurrato da
Melarea
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Ore 22:04

quattromani
domenica, 03 febbraio 2008
LITIO

A te
che non ti fermi al primo piano
e che cammini in bilico
nei sensi, sugli smerli di una torre
che nessuno può scorgere
A te
che guardi gli uomini
da un angolo diverso
di un menù che ti vede contenuto
tuo malgrado
A te
che non rinunci
a chiederti il perché
di una dimora errata
ed hai papille adatte per un sale
che pretende di dirtelo
nella quiete sterile di un mucchio di pareti
che ti cantano il vano
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